Reddito di cittadinanza in Europa: solo Italia, Grecia e Ungheria ne sono sprovviste
- Pubblicato Venerdì, 13 Aprile 2012 15:30
di Ignazio Dessì
L’asse Monti-Fornero batte la lingua sul tamburo intonando il mantra “più licenziabilità più posti di lavoro per i giovani” e
il magico cilindro governativo sputa fuori un nuovo articolo 18 dello
Statuto dei lavoratori frutto della mediazione con la politica. Ma nella
realtà proliferano gli esodati, i disoccupati e i disperati che si
suicidano. La società italiana è in fermento e la categoria lavoratrice
sembra percossa da un senso di impotenza.
Del resto dopo il licenziamento si avrà diritto a 12 mesi di indennità (Aspi) e poi si finirà sulla strada.
Così quando per forzare la mano e far passare le riforme auspicate dal
trionfante mercato molti esponenti del governo fanno riferimento a
quanto esiste in Europa dimenticano quella parte di tutela sociale (la
più importante) che il Vecchio Continente offre ai cittadini.
In primo luogo il Reddito di cittadinanza che
nel resto d’Europa è considerato un diritto fondamentale e solo
l’Italia, insieme alla Grecia e all’Ungheria, continua a negare.
Dell’argomento abbiamo parlato con Giovanni Perazzoli, penna di punta di Micromega, direttore di Filosofia.it ed autore di alcune illuminanti pubblicazioni sull’argomento.
Senta
professore, il governo Monti è molto impegnato a introdurre più
flessibilità in uscita (leggi licenziamenti) paventando l’esigenza di un
allineamento alla disciplina vigente in Europa. A questo proposito lei
ha scritto però che in Italia manca l’ABC dello stato sociale, ci può
spiegare meglio questo suo grave giudizio?
“Nel numero appena uscito di MicroMega porto
una serie di esempi di che cosa è l’abc dello stato sociale in Europa,
dove si può vivere anche senza un posto di lavoro. Questo perchè
in Italia ci si ostina a non dare importanza al reddito minimo
garantito. Sembra si tratti di un fatto marginale, si minimizza. Solo la
trasmissione Report, una volta, ha mandato una troupe
televisiva in Germania per raccontare di che cosa si tratta realmente.
Il risultato di questa ostinata negazione dei fatti è che l’opinione
pubblica non sa reagire di fronte a quello che per gli altri cittadini
europei è un assurdo: la flessibilità estrema, senza garanzia del
reddito e dell’alloggio. Bisogna capire che il reddito minimo garantito è
il fondamento del welfare state europeo, la base del cosiddetto
“modello europeo”.
Ci
può fare un esempio di cosa significa l’applicazione concreta di questo
modello? Si cita continuamente, per esempio, il modello tedesco. Come
funziona in quel Paese il welfare?
“Le
dico solo questo, una donna tedesca disoccupata, sola, con tre figli e
un affitto di 500 euro, riceve dallo stato 1850 euro al mese. L’affitto
nel caso specifico è basso, ma lo stato si impegna a pagare un affitto
medio, quindi questa signora potrebbe avere di più in relazione
all’affitto da pagare. Lo stato paga poi il riscaldamento e l’acqua
calda”.
In Italia addirittura si afferma che il welfare sarebbe in realtà tramontato, finito, esaurito.
“Si
tratta di una mistificazione. Quando si parla degli aggiustamenti al
welfare state attuati nei vari paesi, ci si dovrebbe rapportare al punto
di partenza. Ma questo non lo si fa, anche perché l´abc, per così dire,
del welfare appare inimmaginabile in Italia. Per avere un’idea della
realtà dobbiamo pensare che la Corte Costituzionale tedesca ha giudicato
come parzialmente incostituzionale la riforma restrittiva del
cancelliere Schröder, dopo il ricorso di una famiglia – padre, madre e
una figlia – perché doveva vivere con soli 850 euro al mese (e
naturalmente affitto e riscaldamento a carico dello stato). Una somma di
850 euro in Italia è uno stipendio, da cui si deve anche cercare di far
uscire l’affitto e tutto il resto. Inoltre, la vita in Germania
(controllate con Internet) costa meno che nel nostro Paese. Ci
scandalizziamo del fatto che negli Usa non esista una sanità pubblica:
in Europa si scandalizzano per l’assenza in Italia di un reddito minimo
garantito. Negli Stati Uniti Michael Moore però ha raccontato in un film
che cosa significa non avere un sanità pubblica; in Italia nessuno
tocca il tema del reddito minimo garantito”.
Del modello tedesco quindi si tenta di prendere solo quello che fa comodo?
“Poche
cose dimostrano cattiva fede come la campagna di stampa a favore del
cosiddetto “modello tedesco”. Davvero l’ipocrisia è l’omaggio del vizio
alla virtù. Perché non si segue per intero la realtà di quei paesi? Per
fare chiarezza sul punto specifico del reddito minimo garantito bisogna
partire da una distinzione su cui in Italia si è creata, in modo più
meno volontario, una grave confusione”.
A quale confusione allude?
“In
tutta Europa, e non solo in Germania, ci sono due forme di
trasferimenti in denaro per i disoccupati. La prima, quella più
importante per il nostro discorso, è in senso proprio un sussidio di
disoccupazione; riguarda coloro che non lavorano ma si impegnano a
cercare un lavoro. Vale dunque anche per le persone che non hanno mai
lavorato. Il sussidio a cui si ha diritto è illimitato nel tempo,
finisce quando cessa la disoccupazione. Quindi è falso quello che si
legge sui giornali quando scrivono che dura un periodo limitato. Il
sussidio comprende, oltre all’affitto dell’alloggio e il riscaldamento,
una serie di trasferimenti per i figli. La seconda forma di
trasferimento non è un sussidio ma un’indennità di disoccupazione.
Riguarda le persone che sono state licenziate o che hanno terminato un
contratto. Hanno un’indennità di disoccupazione pari, in Germania, al
67% del precedente stipendio per circa 12 mesi (18 per coloro che hanno
più di 55 anni)”.
La riforma degli ammortizzatori sociali auspicata in Italia è in linea con la filosofia europea?
“La
riforma degli ammortizzatori sociali avrebbe avuto un senso europeo se
avesse introdotto il sussidio di disoccupazione. In Europa, terminata
l’indennità, il lavoratore può avere un sussidio di disoccupazione (con
l’affitto per l’alloggio), in Italia non c’è niente”.
E’ vero che in Germania lo stato interviene anche per integrare il reddito?
“Sì.
È un altro aspetto che deve essere sottolineato. Lo stato interviene in
Germania come in tutt’Europa anche ad integrare il reddito di chi
guadagna poco. Faccio l’esempio di un amico chitarrista jazz, che in
Francia per avere un sussidio che integra il suo reddito deve dimostrare
di aver lavorato una parte dell’anno. In questo modo, si tutelano una
serie di professioni che non avrebbero vita facile sul mercato, oppure
si tutela chi ha un lavoro che potrebbe essere remunerativo ma
contingentemente non lo è abbastanza. Immaginate quante professioni
potrebbero fiorire con questo sistema a tutto vantaggio dell’economia e
della comunità. Il reddito minimo garantito tutela direttamente chi
lavora e non solo chi è disoccupato. In generale, i corpi di ballo, le
compagnie teatrali e tutti quei lavoratori che non guadagnerebbero
“abbastanza” ottengono un’integrazione del reddito”.
Ma quello del reddito minimo garantito è uno schema comune a tutta l’Europa?
“Lo schema del reddito minimo garantito è omogeneo in tutta l’Europa, e questo dovrebbe suscitare qualche domanda in Italia…”
Quali sono attualmente i Paesi europei che applicano il reddito di cittadinanza?
“Facciamo
prima a dire quelli che non lo hanno: Italia, Grecia, Ungheria. I
paesi, guarda caso, della crisi! I paesi che hanno i sistemi migliori
sono: Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda, Belgio, Lussemburgo,
Austria. Naturalmente, poi, ci sono i paesi scandinavi. Mi faccia dire,
in proposito, che un’operazione di comunicazione davvero “geniale” è
stata condotta in Italia a proposito del “modello danese”. Come per il
“modello tedesco” si sono raccontate una serie di sciocchezze. La flexicurity esiste in Europa già da decenni anche senza “modello danese”.
E’
vero che la Ue, e la stessa Bce nella sua famosa lettera al governo
italiano, raccomanda l’adozione del reddito di cittadinanza? In Italia
di questo non si parla, nonostante si citi sempre qualsiasi auspicio
della Bce alla stregua di un comandamento divino.
“Appunto,
questo è un caso esemplare di come viene trattato il tema in Italia.
L’Europa raccomanda all’Italia di introdurre un reddito minimo garantito
da almeno vent’anni. Nel documento europeo che cito su MicroMega,
si dice chiaramente di introdurre un “reddito minimo garantito” senza
limite di durata. Ma nulla è stato fatto. Ancora più clamorosa
l’omissione di informazione nel caso della famosa lettera della Bce. Nel
testo c’è scritto che insieme all’“accurata revisione delle norme che
regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti” l’Italia
dovrebbe introdurre “un sistema di assicurazione dalla disoccupazione”.
Fa pensare, no? Questa lettera è stata sotto i riflettori della stampa,
ma nessuno ha notato questa richiesta. Perché? Per una curiosa
convergenza ideologica e di interessi della destra e della sinistra. Poi
c’è un altro aspetto, anche questo molto importante. Che sia proprio la
Bce a raccomandare l’introduzione di un’assicurazione per la
disoccupazione demolisce l’alibi di chi sostiene che non ci siano i
fondi per realizzarlo. Il reddito minimo garantito è un passaggio
essenziale per uscire dalla crisi. Un’altra occasione è stata la lettera
con le 39 domande, al punto 21 si chiedeva se l’Italia stesse
perseguendo l’impegno preso ‘a rivedere il sistema dei sussidi di
disoccupazione, attualmente molto frammentato, entro la fine del 2011’.
Nessuno ci ha fatto caso”.
Ha
ragione il segretario della Fiom Maurizio Landini a porre il problema
di un reddito minimo garantito? In Italia bisognerebbe prendere
coscienza che questo è un diritto, più di quanto non lo sia quello delle
banche di rastrellare soldi pubblici o dei politici di avere stipendi
altisonanti?
“Il
segretario della Fiom ha perfettamente ragione. È surreale e ridicolo
che lo si accusi di essere un estremista, mentre lui è in accordo con
l’Europa, e addirittura con la Bce. In realtà, sono gli altri a volere
tenere l’Italia dentro un isolamento medioevale e fuori dall’Europa. Il
problema è che ci riescono benissimo per un concorso di fattori che
vedono unite destra e sinistra”.
Che vantaggi comporta in un sistema economico-sociale l’esistenza di un reddito di cittadinanza?
"Il
primo importante vantaggio, naturalmente, è la giustizia sociale. Il
reddito minimo garantito è un diritto soggettivo esigibile, nel senso
che non c’è bisogno di alcuna mediazione sindacale o di altro genere per
ottenerlo. La cassa integrazione è discrezionale, non universale, e
riguarda solo un certo genere di rapporti di lavoro. Quello del reddito
minimo garantito è un concetto completamente diverso. Per dirla in modo
semplice: entri in un ufficio, metti una firma, e hai il tuo sussidio.
Ora, il grande errore è ridurre il reddito minimo garantito a una forma
di assistenza ai poveri. In realtà è un modo di pensare la società e il
rapporto tra la vita di ciascuno e il lavoro. Ognuno può giocarsi meglio
le sue carte. Le misure redistributive del reddito permettono inoltre
di avere un’economia più vitale. Ha ricordato il premio Nobel americano Paul Krugman che
la crisi ha una radice nell’aumento del divario tra ricchi e poveri,
che ha assottigliato la classe media. L’Italia è uno dei paesi in Europa
nel quale è più ampia la forbice del reddito tra ricchi e poveri. Del
resto, è sotto gli occhi di tutti: non esiste una crisi europea, ma una
crisi di alcuni paesi europei. La Germania e i paesi del Nord Europa,
che hanno un forte stato sociale e dunque una ridotta forbice di reddito
tra ricchi e poveri, non solo non sono in crisi, ma vanno
economicamente bene e devono far fronte anche alle difficoltà degli
altri paesi. Questo ci dovrebbe dire qualcosa. L’aspetto che dovrebbe
far riflettere è che dove c’è un forte welfare state non c’è crisi.
Invece, Grecia e Italia non hanno un reddito minimo garantito. Questo
non spiega tutto, ma è uno degli aspetti che distinguono due tipi di
società: una dove prevale la libertà individuale, la protezione sociale,
la redistribuzione, l’altra dove invece fioriscono le rendite, i
monopoli, il clientelismo. In realtà, la famosa “crescita” è un tipo di
società. Poi c’è un altro aspetto importante: nei paesi dove non esiste
il reddito minimo garantito il lavoro si trasforma in welfare. Il che
dequalifica il lavoro, lo rende improduttivo. Penso alle assunzioni di
massa che spesso sono una forma di clientelismo politico. Il reddito
minimo garantito permette di scegliere il lavoro, e dunque di scegliere
la vita che si preferisce. E permette anche di scegliere liberamente chi
ci rappresenta. Ha un forte peso politico”.
La
ministra Fornero ha dichiarato che dare la certezza di un reddito
garantito porterebbe la gente ad adagiarsi e non cercare lavoro, a
sedersi a mangiare pane e pomodoro. Perché lei sostiene invece che
questa sicurezza crea fermenti positivi e più mobilità lavorativa e
sociale?
“Direi
che l’inesistenza del reddito minimo garantito in Italia permette alla
nostra classe politica di mangiare a caviale e champagne. Sarebbe molto
più difficile per loro guadagnarsi il consenso di persone libere dal
bisogno primario dell’esistenza. Nel merito, comunque, è vero il
contrario: in una società più dinamica, più libera e sicura, aumenta la
disposizione al rischio e a mettere alla prova le proprie idee sul
mercato. Noto continuamente questo maggior dinamismo delle società nord
europee. Ma soprattutto con la libertà dal bisogno diminuisce, e non è
poco, il clientelismo politico, il potere dei potentati. La sorprenderò.
Lo sa chi pubblica in Italia, Philippe van Parijs, ovvero uno dei più
radicali sostenitori dell’utilità economica e sociale del reddito di
cittadinanza? La casa editrice della Bocconi (Philippe van Parijs,
Yannick Vanderborght, Il reddito minimo universale, Università Bocconi
editore, 2006). Veramente, non parliamo di utopie".
Quindi il reddito minimo garantito fornisce stimoli all'economia?
"Che
il reddito minimo garantito permetta di vivacizzare l’economia è stato
sostenuto da economisti neokeynesiani come da neoliberisti. Ma in Italia
il problema non risiede né nel neoliberismo né nell’intervento
neokeynesiano. Il nostro problema è a monte: un’economia relativamente
moderna, e una classe politica e dirigente premoderna. La ministra
Fornero ha fatto una curiosa giravolta. Intervistata da Lucia Annunziata
ha sottolineato che l’assenza di un reddito minimo garantito era una
deprecabile anomalia dell’Italia e della Grecia. Poi di colpo ha
cambiato linea. Perché? Come si è svolta la trattativa sull’articolo 18?
Questa è la domanda che dovremmo porci. Come verrà usata adesso la
famosa “paccata di miliardi”, chi la gestirà, e per fare che cosa? In
ogni caso, un margine di persone che non lavorano e che cadono nella
“trappola assistenziale” esiste sempre, ma si tratta spesso di persone
che andrebbero aiutate comunque. In ogni caso, l’adagiarsi senza fare
nulla che paventa la Fornero nasce dal fatto di trasformare il lavoro in
assistenzialismo, ovvero dalla dequalificazione del lavoro che viene
trasformato in welfare clientelare. Cosa che produce enormi disservizi,
persone frustrate e il potere politico che vediamo da anni”.
Ma secondo lei l’Italia può sostenere i costi di una simile eventuale rivoluzione degli assetti dello stato sociale?
“Ho
letto degli studi che sostengono che l’Italia addirittura
risparmierebbe con il reddito minimo garantito. A parte le
considerazioni sulla capacità di mettere in moto l’economia, sulla
percezione del futuro che offre e che ha naturalmente una ricaduta
economica positiva, bisogna considerare che lo stato italiano spende
comunque dei soldi, ma in modo irrazionale o secondo delle logiche
politiche. Poi c’è il discorso dell’ordine pubblico, perché la povertà e
la percezione dell’abbandono produce anche delinquenza, criminalità
grande e piccola; poi c’è il lavoro nero che sottrae risorse ecc. In
ultima analisi, la Germania spende all’anno 27 miliardi di euro per il
reddito minimo garantito. Noi abbiamo un’evasione fiscale di 130
miliardi all’anno. Dunque, fatti due conti, potremmo permetterci circa
cinque volte lo stato sociale tedesco. Ma la Germania recupera il 70%
dell’evasione fiscale…Noi no".
Così
– lei scrive - si potrebbe davvero dar luogo a una liberalizzazione
evitando che per trovare lavoro serva una tessera di partito, o si
appartenga a una congrega di qualche tipo o che a ricoprire certi
incarichi vadano sempre i figli di chi già svolge quel lavoro, ovvero
che i figli dei medici facciano i medici e i figli degli operai siano
costretti a fare gli operai. Ci chiarisce questo concetto?
"L’ho detto prima: la “crescita” è un tipo di società.
A parte le economie che crescono per il nuovo schiavismo e perché
passano di colpo da un mondo premoderno a un mondo moderno (e comunque
si tratta di una crescita indotta da fuori), in occidente crescono le
società giuste. Le società dove esistono giustizia e libertà. Dove
esiste il reddito minimo garantito la società si muove dal basso, conta
la società civile, contano gli individui; la scelta democratica è meno
inquinata dal bisogno. Pensi solo a questo, io lo ritengo molto
importante: se le persone non sono libere dai bisogni primari della
sussistenza non possono dire “no”. Saranno costrette a far parte di un
sistema piramidale e autoritario, dove il merito e l’iniziativa
originale tenderanno a scomparire".
Tutto dunque deve partire dal basso.
"Tutto
parte dal basso. Anche nel lavoro precario aumenta la soggezione nei
confronti di dirigenti, spesso incompetenti, che hanno un potere
sproporzionato sulla vita delle persone. Questo tipo di subordinazione
in realtà distrugge l’economia. In Italia si ha un’idea negativa
dell’economia, come un campo dove esistono solo rapinatori e rapinati.
Ma l’economia è tutto, è cultura, idee, servizi. Anche il mercato cambia
a seconda delle idee. Dunque, non c’è solo un problema di continuità
del reddito, c’è anche un’idea di società e anche di efficienza di
sistema. Il liberalismo sociale, quello vero, lo ha insegnato: la
libertà, la critica, l’iniziativa originale creano ricchezza. Le idee
creano ricchezza, non la subordinazione. Ma ci sono poi ragioni anche
più dirette. Se posso contare su una rete di sicurezza posso anche
rischiare, studiare. Se sono il figlio di un operaio posso veramente
giocarmi le mie possibilità. Non parliamo della panacea di tutti i mali,
ma sarebbe un bel passo avanti".
Avere il reddito di cittadinanza significa anche essere più liberi?
“Senza
dubbio. Ed essere più liberi significa essere più felici, significa
guardare diversamente al futuro. Io queste cose le conosco perché ho
vissuto per molto tempo nell’Europa del Nord e ho visto delle società
più tranquille, solidali, ma anche più dinamiche, dove realizzare i
propri sogni sembra meno impossibile che in Italia. C’era un amico
tedesco che ogni tanto partiva per qualche regione del mondo ad
insegnare il tedesco. Mi ricordo che l’ho conosciuto che tornava
dall’Islanda dove era stato per qualche mese. Quando non lavorava, aveva
comunque un reddito grazie al sussidio. A lui stava bene così. Non
guadagnava complessivamente da permettersi sfrenati (e insensati)
consumi, ma neanche gli interessava, non sentiva di perdere nulla. La
sua scelta di vita era quella".
Lo ammirava?
"Sì, mi ha sempre dato una grande idea di libertà”.

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