Dal 15 al 21 ottobre…una settimana per il reddito garantito!
Nel giugno scorso un’ampia coalizione di associazioni, reti sociali, partiti, movimenti, comitati, collettivi ha lanciato la campagna per un reddito minimo garantito in Italia. Una campagna nata intorno ad una proposta di legge di iniziativa popolare che intende istituire anche nel nostro Paese una garanzia per il reddito per coloro che sono precari, disoccupati e inoccupati, oggi soprattutto giovani, donne e Working Poor.Una campagna che vuole rilanciare quelle fondamenta di un modello sociale europeo che le politiche neoliberiste hanno minato, per un Welfare universale che garantisca misure di sostegno alle persone, per rilanciare politiche di redistribuzione delle ricchezze e mettere al centro del dibattito politico le garanzie, i diritti, le libertà di scelta delle persone.
La proposta di legge di iniziativa popolare per il reddito minimo garantito in Italia lanciata a giugno (e che continua a raccogliere adesioni e sostegno) terminerà a dicembre: l’obiettivo minimo è raggiungere almeno 50 mila, ma si può fare di più! Raccogliere migliaia e migliaia di firme significa dare un segnale politico e sociale importantissimo, sia alla società che alla politica italiana. Ma non solo: questa campagna rende possibile l’opportunità di discutere di reddito e diritti, di parlare alla società, nelle strade, piazze, università, luoghi di lavoro, con i giovani, le donne, i precari, gli studenti. In poche parole, una grande opportunità di comunicazione e iniziativa sociale che dia maggior forza ad una nuova stagione di diritti a partire dal reddito garantito.
Per questo, oltre le tante iniziative già realizzate durante questi mesi e promosse dai partecipanti alla campagna, riteniamo importante proporre la realizzazione di un evento comune: “LA SETTIMANA PER IL REDDITO GARANTITO” dal 15 al 21 ottobre. Una settimana comune, per tutti coloro che partecipano o vogliono partecipare alla campagna e alla raccolta firme, in cui realizzare:
concerti, dibattiti, spettacoli teatrali, volantinaggi, reading, presentazioni di libri, seminari, dance hall, cineforum, performance e quant’altro possa essere utile a comunicare, approfondire, rendere visibile il tema del reddito garantito nei mercati rionali, nelle sedi delle associazioni, nelle piazze delle città, librerie, centri sociali, fuori i supermercati, i posti di lavoro, le università, i luoghi di ritrovo.
Una SETTIMANA PER IL REDDITO GARANTITO dove tutti insieme, a carattere locale ed in forma autonoma, si dia vita ad una grande comunicazione sociale, si raccolgano migliaia di firme, si dia corpo alla fantasia e alla creatività, si costruisca un grande evento comunicativo in cui il tema del reddito garantito attraversi la penisola. Si possono realizzare iniziative per la settimana intera o anche solo un giorno, l’importante è che in quella settimana in ogni dove si parli di reddito, Welfare, diritti e si raccolgano firme.
Proponiamo dunque di dare vita ad una settimana di iniziative nella vostra città, di comunicarne il programma a redditominimogarantito@sxmail.it cosi che tutte le iniziative raccolte possano essere visibili attraverso il sito ufficiale della campagna www.redditogarantito.it . Inoltre, vi chiediamo di fare foto e video delle iniziative da pubblicare e far circolare in rete.
www.redditogarantito.it
92/441/CEE: Raccomandazione del Consiglio, del 24 giugno 1992, in cui si definiscono i criteri comuni in materia di risorse e prestazioni sufficienti nei sistemi di protezione sociale
Gazzetta ufficiale n. L 245 del 26/08/1992 pag. 0046 - 0048
RACCOMANDAZIONE DEL CONSIGLIO del 24 giugno 1992 in cui si definiscono i criteri comuni in materia di risorse e prestazioni sufficienti nei sistemi di protezione sociale (92/441/CEE)
IL CONSIGLIO DELLE COMUNITÀ EUROPEE,
visto il trattato che istituisce la Comunità economica europea, in particolare l'articolo 235,
vista la proposta della Commissione (1),
visto il parere del Parlamento europeo (2),
visto il parere del Comitato economico e sociale (3);
(1) considerando che per il rafforzamento della coesione sociale nella Comunità occorre favorire la solidarietà nei confronti delle persone più svantaggiate e vulnerabili;
(2) considerando che il rispetto della dignità umana costituisce uno dei diritti fondamentali su cui è basato il diritto comunitario, riconosciuti nel preambolo dell'atto unico europeo;
(3) considerando che nell'ultimo decennio si sono potenziati e diversificati i processi di emarginazione sociale ed i rischi di caduta in condizioni di precarietà, soprattutto a seguito dell'evoluzione combinata, da un lato, del mercato del lavoro, con particolare riguardo all'aumento della disoccupazione protratta e, dall'altro, delle strutture familiari, con particolare riguardo al moltiplicarsi delle situazioini d'isolamento;
(4) considerando che alla politica generale di sviluppo, la quale può contribuire a frenare le evoluzioni strutturali indicate, occorre abbinare politiche di integrazione specifiche, sistematiche e coerenti;
(5) considerando che è pertanto opportuno perseverare negli sforzi e consolidare i progressi finora compiuti nelle politiche sociali e adeguare tali politiche al carattere pluridimensionale dell'emarginazione sociale, il che implica la necessità di affiancare alle varie forme necessarie di sostegno immediato altre misure volte a fovorire con decisione l'integrazione economica e sociale dei cittadini interessati;
(6) considerando che coloro che soffrono di penuria, irregolarità e precarietà delle risorse non sono in grado di partecipare attivamente alla vita economica e sociale della società in cui vivono né d'inserirsi con possibilità di riuscita nel processo d'integrazione economica e sociale e che di conseguenza ai soggetti più svantaggiati, nell'ambito di una politica globale e coerente di sostegno al loro inserimento, va riconosciuto il diritto a risorse sufficienti, stabili e prevedibili;
(7) considerando che il Consiglio ed i ministri degli Affari sociali riuniti in sede di Consiglio il 29 settembre 1989 hanno adottato una risoluzione riguardante la lotta contro l'esclusione sociale (4) in cui si afferma che la lotta all'emarginazione sociale può considerarsi una componente importante della dimensione sociale del mercato interno;
(8) considerando che la Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, adottata dai capi di Stato o di governo di undici Stati membri nel Consiglio europeo di Strasburgo del 9 dicembre 1989, proclama, nell'ottavo considerando e ai punti 10 e 25:
«considerando che (. . .) in uno spirito di solidarietà, si deve combattere l'emarginazione sociale;»
«Secondo le modalità specifiche di ciascun paese:
10. Ogni lavoratore della Comunità europea ha diritto ad una protezione sociale adeguata e deve beneficiare, a prescindere dal regime e dalla dimensione dell'impresa in cui lavora, di prestazioni di sicurezza sociale ad un livello sufficiente.
Le persone escluse dal mercato del lavoro, o perché non hanno potuto accedervi o perché non hanno potuto reinserirvisi, e che sono prive di mezzi di sostentamento devono poter beneficiare di prestazioni e di risorse sufficienti adeguate alla loro situazione personale.»
«25. Ogni persona che ha raggiunto l'età del pensionamento, ma alla quale sia precluso il diritto alla pensione, e che non abbia altri mezzi di sostentamento, deve poter beneficiare di risorse sufficienti e di un assistenza sociale e sanitaria commisurate alle sue specifiche necessità»;
(9) considerando che questo aspetto fondamentale della lotta contro l'emarginazione sociale è stato recepito dalla Commissione nel suo programma d'azione per l'attuazione della Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, nell'ambito del quale particolare risalto è attribuito ad un'iniziativa comunitaria rivolta, in spirito di solidarietà, ai cittadini meno favoriti della Comunità, compresi gli anziani, la cui situazione troppo di frequente è equiparabile a quella degli esclusi dal mercato del lavoro;
(10) considerando che l'attuazione di una garanzia di risorse e di prestazioni rientra nell'ambito della protezione sociale e che spetta gli Stati membri qualificare, a questo proposito, la natura giuridica delle disposizioni atte ad assicurare detta garanzia, le quali tuttavia, nella maggior parte degli Stati membri, non fanno parte della sicurezza sociale;
(11) considerando che nell'attuazione progressiva della raccomandazione occorre tener conto della disponibilità di risorse finanziarie, delle priorità nazionali e degli equilibri all'interno dei sistemi nazionali di protezione sociale; che negli Stati membri sussistono disparità di sviluppo per quanto concerne la protezione sociale;
(12) considerando che il Parlamento europeo, nella sua risoluzione concernente la lotta contro la povertà nella Comunità europea (5), ha auspicato l'introduzione in tutti gli Stati membri di un reddito minimo garantito, inteso quale fattore d'inserimento nella società dei cittadini più poveri;
(13) considerando che il Comitato economico e sociale, nel suo parere del 12 luglio 1989 in merito alla povertà (6), ha anch'esso raccomandato l'introduzione di un minimo sociale, concepito ad un tempo come rete di sicurezza per i poveri e strumento del loro reinserimento sociale;
(14) considerando che la presente raccomandazione non pregiudica le disposizioni nazionali e comunitarie in materia di diritto di soggiorno;
(15) considerando che per il conseguimento degli obiettivi della presente raccomandazione il trattato prevede quale strumento d'azione soltanto l'articolo 235,
I. RACCOMANDA AGLI STATI MEMBRI:
A. di riconoscere, nell'ambito d'un dispositivo globale e coerente di lotta all'emarginazione sociale, il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana e di adeguare di conseguenza, se e per quanto occorra, i propri sistemi di protezione sociale ai principi e agli orientamenti esposti in appresso;
B. di attuare il riconoscimento di tale diritto in base ai criteri generali seguenti:
1. affermazione di un diritto fondato sul rispetto della dignità della persona umana;
2. definizione del campo di applicazione individuale di tale diritto, in considerazione della residenza legale e della nazionalità, conformemente alle disposizioni pertinenti in materia di residenza e/o di soggiorno, con l'obiettivo di comprendere progressivamente nella misura più ampia possibile, secondo le modalità previste dagli Stati membri, tutte le situazioni di emarginazione;
3. possibilità di fruire del diritto per tutti coloro che non dispongono essi stessi, o nell'ambito del nucleo familiare in cui vivono, di risorse sufficienti,
- fatta salva una disponibilità attiva al lavoro o alla formazione professionale finalizzata all'ottenimento di un lavoro per coloro la cui età, salute e situazione familiare permettano una siffatta disponibilità attiva, oppure, se del caso, fatte salve misure di integrazione economica e sociale per le altre persone, e
- fatta salva la facoltà degli Stati membri di non permettere alle persone aventi un'attività a tempo pieno o agli studenti di fruire di questo diritto;
4. accesso al diritto senza limiti di durata, purché il titolare resti in possesso dei requisiti prescritti e nell'intesa che, in concreto, il diritto può essere previsto per periodi limitati, ma rinnovabili;
5. carattere ausiliario di questo diritto rispetto agli altri diritti in materia sociale tenendo presente contemporaneamente la necessità di perseguire il reinserimento delle persone più povere nei sistemi di diritti generali;
6. attuazione, a fianco del diritto in oggetto, delle politiche ritenute necessarie, a livello nazionale, per l'integrazione economica e sociale dei cittadini interessati, quali previste nella risoluzione del Consiglio del 29 settembre 1989, riguardante la lotta contro l'esclusione sociale;
C. di organizzare l'attuazione del diritto in oggetto in base agli orientamenti pratici seguenti:
1. a) fissare, tenendo conto del livello di vita e dei prezzi nello Stato membro interessato e in rapporto a differenti tipi e dimensioni di nuclei familiari, l'entità delle risorse giudicate sufficienti a coprire i bisogni essenziali per il rispetto della dignità umana;
b) adeguare o integrare gli importi per soddisfare bisogni specifici;
c) per la fissazione degli importi, fare riferimento ad indicatori ritenuti appropriati quali, per esempio, la statistica del reddito medio disponibile nello Stato membro, la statistica dei consumi dei nuclei familiari, il salario minimo legale se questo esiste o il livello dei prezzi;
d) garantire un incentivo alla ricerca di un'occupazione per i soggetti in età lavorativa e abili al lavoro;
e) definire modalità di revisione periodica degli importi in oggetto, in rapporto agli indicatori sopra indicati, ai fini di garantire in permanenza la copertura dei bisogni;
2. prevedere per le persone le cui risorse, valutate a livello d'individuo o di nucleo familiare, restano al di sotto dell'importo in tal modo determinato, adeguato o integrato, la concessione di un sostegno finanziario differenziale che consenta loro di disporre effettivamente di tale importo;
3. adottare le disposizioni necessarie affinché, per quanto riguarda l'entità del sostegno monetario così accordato, l'applicazione delle norme in vigore nei settori del fisco, delle obbligazioni civili e della sicurezza sociale tenga conto del livello delle risorse e prestazioni sufficienti richieste per vivere conformemente alla dignità umana;
4. adottare tutte le disposizioni necessarie per offrire ai cittadini interessati una serie di adeguate misure sociali di accompagnamento, quali attività di consulenza, informazione e assistenza per far valere i propri diritti;
5. adottare, per i soggetti in età lavorativa e abili al lavoro, le opportune disposizioni, se necessario anche nel campo della formazione professionale, per aiutarli in modo efficace a integrarsi o reintegrarsi nella vita attiva;
6. adottare le misure necessarie affinché le persone più bisognose siano effettivamente informate del loro diritto;
semplificare al massimo le procedure amministrative e le modalità d'esame delle risorse e delle situazioni che fanno beneficiare di tale diritto;
prevedere, per quanto possibile e conformemente alle disposizioni nazionali, modalità di ricorso presso enti indipendenti, come i tribunali, che siano facilmente accessibili per gli interessati;
D. di prevedere questa garanzia di risorse e prestazioni nell'ambito dei regimi di protezione sociale;
specificarne le modalità, finanziarne i costi ed organizzarne la gestione e l'attuazione in conformità della legislazione e/o delle prassi vigenti in campo nazionale;
E. di attuare le misure previste dalla presente raccomandazione sin d'ora e progressivamente, in modo da poter stabilire un bilancio al termine di cinque anni:
- tenendo conto della disponibilità delle risorse economiche e finanziarie nonché delle priorità stabilite dalle autorità nazionali e degli equilibri interni dei regimi di protezione sociale, e
- modulando, se dal caso, il campo della loro applicazione per fasce d'età o per situazione familiare;
F. di adottare disposizioni idonee:
- per raccogliere informazioni sistematiche sulle modalità effettive di accesso della popolazione interessata alle misure previste e
- per effettuare una valutazione metodica della loro attuazione e dei risultati;
II. E, A QUESTO SCOPO, DÀ MANDATO ALLA COMMISSIONE:
1. di favorire e di organizzare, d'intesa con gli Stati membri, lo scambio sistematico delle informazioni e delle esperienze e la valutazione in continuo delle normative nazionali adottate;
2. di presentare periodicamente al Consiglio, al Parlamento europeo ed al Comitato economico e sociale un rapporto in cui, sulla scorta delle informazioni ricevute dagli Stato membri, sia fatto il punto dei progressi compiuti e degli impedimenti incontrati nell'attuazione della presente raccomandazione.
Fatto a Lussemburgo, addì 24 giugno 1992.
Per il Consiglio
Il presidente
José da SILVA PENEDA
(1) GU n. C 163 del 22. 6. 1991, pag. 3.(2) GU n. C 150 del 15. 6. 1992.(3) GU n. C 14 del 20. 1. 1992, pag. 1.(4) GU n. C 277 del 31. 10. 1989, pag. 1.(5) GU n. C 262 del 10. 10. 1988, pag. 194.(6) GU n. C 221 del 28. 8. 1989, pag. 10.
" Crescita e lavoro, divorzio totale" di Igor Giussani
Le
organizzazione sindacali sono tra le più attive propagandiste del
mantra della
crescita, di fatto principale condivisione ideologica con il mondo
imprenditoriale. Il maggior sindacato italiano, la CGIL, ha addirittura
dedicato uno sciopero generale alla necessità di
crescere, indetto il 6 maggio 2011.I sindacati e la sinistra in generale sostengono la necessità di incrementare il PIL perché l’aumento di reddito consentirebbe di allargare la base imponibile (con cui sovvenzionare i servizi al cittadino) ma soprattutto permetterebbe di fronteggiare la disoccupazione, secondo il ragionamento: più produttività = più posti di lavoro. Tale equazione – talvolta chiamata ‘effetto cascata’ – considerata una verità auto-dimostrata da tutti, dai liberisti più sfrenati ai comunisti più irriducibili, effettivamente ha avuto senso nel periodo dei ‘trenta gloriosi’ (1945-1975) quando la ripresa economica europea post-bellica era guidata dal modello di produzione fordista e da logiche economiche keynesiane basate su grandi investimenti pubblici a sostegno dei mercati interni, accompagnate a un progressivo accordo con le forze sindacali per migliorare le condizioni della classe lavoratrice, creando le premesse per un aumento dei consumi che originasse una congiuntura economica favorevole. Con tassi di crescita stabili intorno al 5-6% in un continente da ricostruire e modernizzare, la disoccupazione non fu mai un problema evidente.
Questo quadro però è drammaticamente cambiato a partire dagli anni Settanta, con la saturazione dei mercati europei, la fine della convertibilità del dollaro in oro e soprattutto con l’introduzione sempre più massiccia dell’automazione e delle tecnologie informatiche nella produzione industriale. Le tecnologie labor saving hanno permesso di risparmiare risorse umane e lo sviluppo delle reti informatiche ha emancipato il capitale dai vincoli della nazione di origine, spianando la strada alla produzione delocalizzata nelle aree del pianeta a minor costo del lavoro (il tramonto del fordismo e l’avvento del toyotismo su scala internazionale). Nel suo bestsellerLa fine del lavoro, Jeremy Rifkin ha affrontato per la prima volta questa scomoda verità:
“In un mondo nel quale il progresso tecnologico promette un incremento drammatico della produttività e della produzione aggregata, marginalizzando o eliminando dal mercato milioni di lavoratori, l’«effetto a cascata» sembra un’ingenuità, se non una vera stupidaggine. Continuare ad affidarsi a un obsoleto paradigma della teoria economica in un’era post-industriale e post-terziario rischia di essere disastroso per l’economia nel suo complesso e per la stessa civiltà del XXI secolo…
Oggi molte persone trovano difficile comprendere come il computer e le altre tecnologie introdotte dalla rivoluzione informatica – che avevano sperato fossero in grado di liberarli – possano invece essersi trasformati in un mostro meccanico che deprime i salari, distrugge l’occupazione e minaccia la stessa sopravvivenza di molti lavoratori. Ai lavoratori americani era stato fatto credere che, diventando sempre più produttivi, sarebbero riusciti a liberarsi dalla schiavitù del lavoro; ora, per la prima volta, si sta dicendo loro che spesso gli aumenti di produttività non provocano aumenti del tempo libero, ma code all’ufficio di collocamento”.
Solo per riportare alcuni dati concreti, nel febbraio-marzo 2010 la Commissione europea ha calcolato per la UE un aumento del PIL pari allo 1% – superiore a quella stimato, lo 0,7% – mentre contemporaneamente l’Eurostat registrava una disoccupazione stabile intorno al 10%. Nello stesso anno la Germania, locomotiva della crescita europea, a fine giugno segnava un +3,7% rispetto all’anno precedente e contemporaneamente 134.800 lavoratori tedeschi del comparto industriale perdevano il posto. Gli USA addirittura hanno chiuso l’ultimo trimestre del 2009 con una crescita netta del 5,7%, ma il Dipartimento del lavoro nel gennaio 2010 ha constato solo un lieve rallentamento del trend negativo, non una ripresa dell’occupazione.
Ma l’Europa e gli USA rappresentano il ‘vecchio’ mondo incapace di affrontare le sfide dell’economia attuale, per cui forse è più corretto concentrare l’attenzione sull’inarrestabile ascesa dei paesi del cosiddetto BRIC, ossia Brasile, Russia, India e Cina. Ecco le percentuali relative alla disoccupazione nel 2009, confrontate con la crescita economica media annua del quinquennio 2004-2009 (dati tratti da Il mondo in cifre 2012, edito da The Economist):
Brasile: crescita 3,5% disoccupazione 8,3%
Russia: crescita 3,9% disoccupazione 8,2%
India: crescita 8,3% disoccupazione 4,4%
Cina: crescita 11,4% disoccupazione 4,3%
Se Brasile e Russia preoccupano, perché i dati sulla disoccupazione non sono molto dissimili da quelli della zona Euro (9,4%) – che però, si badi bene, è cresciuta solo dello 0,8% – i due giganti asiatici sembrano invece confermare gli assunti tradizionali. In realtà, basta non fermarsi alla superficie per scoprire una verità sconcertante: India e Cina possono vantare una disoccupazione relativamente bassa perché, per molti aspetti, sono ancora paesi non completamente sviluppati. Di fatto, malgrado la grande esplosione industriale, sono ancora nazioni prevalentemente agricole, perché in Cina l’agricoltura occupa il 38% della popolazione, in India addirittura il 52% (a titolo di paragone, nell’Unione Europea gli addetti all’agricoltura sono poco più del 5%). Questi dati indicano la persistenza di un’agricoltura tradizionale a bassa tecnologia, che richiede un alto tasso di manodopera. In Brasile e in Russia, dove è già iniziata da tempo la modernizzazione del settore, gli addetti all’agricoltura sono rispettivamente il 20% e il 10%. Una volta promossa una massiccia modernizzazione agricola, ampiamente sostenuta da istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, anche Cina e India si troveranno a fare i conti con lo stesso problema.
Se la crescita non è la soluzione ma un problema per la creazione di posti di lavoro, come intervenire a favore dell’occupazione? Le risposte sono fondamentalmente tre:
1) operare una drastica riduzione degli orari di lavoro e pensare a interventi come il reddito di cittadinanza per liberare il tempo umano dal lavoro;
2) riconvertire la società e l’economia a una logica di sostenibilità. Solo nel settore del risparmio energetico si potrebbero ottenere risultati impressionanti: il Rapporto sull’efficienza energeticaredatto da ENEA e CESI RICERCA e poi ripreso dalla Commissione Energia di Confindustria, sostiene la necessità di un “piano straordinario di efficienza energetica”, che secondo le stime sarebbe in grado in 10 anni di creare 1,6 milioni di occupati in più, permettendo un aumento della produzione industriale di 238 miliardi, il taglio di 207 milioni di tonnellate di CO2 e 14 miliardi di risparmio in bolletta.
3) intraprendere una seria riflessione sullo sviluppo tecnologico, che dovrebbe riconsiderare la possibilità di una tecnologia a basso consumo energetico e ad alta intensità di lavoro, meno alienante e più a misura d’uomo (una tecnologia ‘conviviale’ o ‘intermedia’, per utilizzare le definizioni di Ivan Illich ed Ernst Friedrich Schumacher)
Infine, a livello individuale e comunitario (è difficile immaginare un sostegno statale), si possono promuovere le pratiche di ‘scollocamento’ rese celebri da Simone Perotti nelle sue opere.
Se non si intraprenderà una svolta in questa direzione, possiamo solo sprofondare ulteriormente nel baratro della grande crisi economica, ecologica e sociale insieme alle illusioni di crescere.
Reddito minimo e la generazione sconfitta
“Ho lavorato per 4 anni in una ditta di ambulanze per il trasporto di emodializzati e per infermi per il primo anno a 500 euro al mese e per gli altri a 600. Dopo il licenziamento per il fallimento della ditta, ho percepito il sussidio di disoccupazione, circa 800 euro per 8 mesi, più di quanto percepivo lavorando. Sicuramente l’ottenimento di questa stampella mi ha aiutato non solo a cercare lavoro senza avere il fiato sul collo, ma mi ha permesso di sopravvivere con il salario senza pesare sulle spalle dei miei genitori”.Con queste parole tutto sommato serene A.C. , giovane precario, quasi trent’anni e un figlio in arrivo, racconta la difficile condizione di chi cerca di sopravvivere a Messina in piena crisi durante la conferenza stampa organizzata da SEL Messina per promuovere il disegno di legge che preveda il reddito minimo per giovani e disoccupati.
“Premetto -spiega- che in più c’era il salario della mia compagna. Da un certo punto di vista eravamo un po’ più tutelati rispetto ad altri che ricorrevano indubitabilmente ad altri lavori (in nero per non perdere il sussidio) per assicurarsi la pagnotta. Adesso lavoro per mio cugino in una ditta di lavorazione marmi e servizi funerari e percepisco la vergognosa somma di appena 400 euro al mese. Con me nel girone infernale ci sono 3 colleghe, un collega e milioni di ragazzi sparsi in tutta Italia”.
Si ritiene comunque fortunato, A.C. Sebbene non sia il solo che sbarca il lunario facendo un lavoro sottopagato, pochissimo gratificante e senza alcuna prospettiva, sa benissimo che la sua condizione a Messina non è neanche delle peggiori. Quasi un messinese su due infatti oggi non sfugge alla dura legge della precarietà o del non lavoro. Una situazione da cui non ci si libera più tanto facilmente neanche facendo la classica valigia e partendo per il Nord, dal momento che -ci dicono i dati di Bankitalia e dell’Istat- circa 8,1 milioni di persone, pari all’11,1% dei nuclei familiari, si trovano in condizione di povertà relativa, mentre 3,4 milioni di cittadini hanno varcato la soglia della povertà assoluta. Tra questi ultimi, aumentano di un punto in percentuale in più rispetto all’anno scorso le famiglie operaie. Se aggiungiamo a queste cifre il fatto che almeno un quarto della popolazione giovanile si avvicina o è già immersa nella condizione di “Neet” ovvero di piena esclusione dai circuiti lavorativi e formativi, abbiamo il quadro sconfortante della sconfitta di un’intera generazione.
Un contesto drammatico che il governo Monti crede di affrontare tagliando ciò che resta dello stato sociale e puntando decisamente, con l’abolizione dell’articolo 18, sul lavoro sottopagato e ricattabile.
A dire chiaramente che non ci stanno sono innanzitutto le persone come A.C. e quelle ancora più giovani . Da una rete di collettivi e associazioni impegnate da sempre sul terreno della contestazione ai tagli e alle controriforme che hanno peggiorato drasticamente le condizioni di vita di studenti e giovani lavoratori, viene infatti una proposta che prova ad invertire la tendenza a partire dalla soddisfazione dei bisogni primari.
Il reddito minimo garantito
“Una proposta che ha lo scopo di contrastare il rischio di marginalità, garantire la dignità della persona e favorire la cittadinanza attraverso un sostegno economico diretto”. Così , Gloria Cremente, studentessa e portavoce provinciale dei giovani di Sinistra Ecologia Libertà, ha presentato la proposta di legge di iniziativa popolare per l’introduzione anche nel nostro paese di un diritto di cui godono i giovani e i disoccupati di quasi tutti i paesi dell’Unione Europea.
“Settemila 200 euro annui, pari a 600 euro mensili per consentire a tutte e tutti (inoccupati, disoccupati, precariamente occupati) di non vendersi sul mercato del lavoro alle peggiori condizioni possibili -ha spiegato Cremente. Un provvedimento che dà argine contro il crescente impoverimento delle giovani generazioni può diventare un paradigma per la costruzione di un welfare che includa e promuova, garantisca autonomia e libertà di scelta, rispettando le indicazioni dell’articolo 34 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea”.
La proposta, voluta da un’ampia rete di associazioni e gruppi (tra cui TILT, lo storico Centro Sociale Leoncavallo, l’associazione DaSud, il Popolo Viola, la rete San Precario e altri) e fortemente sostenuta da SEL e Rifondazione Comunista, entra nel dettaglio, prevedendo precisi requisiti per gli aventi diritto, che devono essere residenti sul territorio nazionale da almeno 24 mesi ed essere iscritti presso le liste di collocamento dei Centri per l’impiego. La sospensione o la decadenza del reddito minimo garantito sono previste nel caso in cui il beneficiario dichiari il falso al momento della richiesta, sia assunto con contratto di lavoro a tempo indeterminato, partecipi a percorsi di inserimento lavorativo retribuiti, oltre ovviamente al compimento dei 65 anni e quando il beneficiario rifiuti una proposta congrua di impiego dopo il riconoscimento delle sue competenze formali ed informali.
Il testo del disegno di legge prevede anche la partecipazione delle Regioni e degli enti locali attraverso l’erogazione del reddito indiretto, ovvero la prestazione diretta di beni e servizi che si accompagnano al sussidio. Mentre impegna il Governo a definire anche una riforma degli ammortizzatori sociali in modo da introdurre un sussidio unico di disoccupazione esteso a tutte le categorie di lavoratori a prescindere dall’anzianità contributiva o dalla tipologia contrattuale, a riordinare le spese delle prestazioni assistenziali in modo da renderle coerenti con l’istituzione del reddito minimo garantito e a stabilire un compenso orario minimo.
La campagna proseguirà in tutta Italia fino a dicembre. È stato predisposto un sito http://www.redditogarantito.it/ dal quale è possibile scaricare informazioni e materiale di approfondimento. Durante l’estate si potrà firmare il sostegno alla campagna presso le sedi di Sinistra Ecologia Libertà e durante le feste e le iniziative organizzate dai giovani promotori del disegno di legge.
Se ne è parlato spesso in passato senza
giungere mai ad una decisione e proprio nelle ultime ore è stata
presentata una proposta di legge di iniziativa popolare per la sua
istituzione: stiamo parlando del reddito minimo garantito, ovvero una
forma di sostegno economico ai cittadini che versano in situazioni
economiche particolarmente critiche e che in alcuni paesi è già
presente. Con fortune e pareri contrapposti naturalmente, poiché è un
provvedimento visto spesso come a forte matrice ideologica e che prevede
un importante intervento statale. Sicuramente non piace ai liberisti, viceversa è caldeggiato da chi è a favore di misure sociali soprattutto in un momento storico come l’attuale caratterizzato da una forte crisi. La proposta di una legge di iniziativa popolare di cui sopra è stata scritta con il supporto di una associazione che si occupa da anni di sostenere l’introduzione in Italia di un provvedimento mirato proprio ad un reddito garantito: l’associazione in questione è il Bin (Basic Income Network). Abbiamo intervistato il presidente Luca Santini per farci spiegare nel dettaglio il provvedimento.
Presidente Santini, di cosa si occupa la vostra associazione?
“Il Bin (Basic Income Network) è un gruppo di sociologi, economisti, filosofi, giuristi, ricercatori, liberi pensatori che da anni si occupano di studiare, progettare e promuovere interventi indirizzati a sostenere l’introduzione di un reddito garantito in Italia. Per questo parlando della proposta di legge popolare incentrata proprio su questa tematica, abbiamo messo le nostre competenze al servizio di uno schieramento vasto della società civile. È un tema importante poiché ci si rivolge ai tanti milioni di precari disoccupati costretti ad affrontare questa situazione.”
Quando parla di coalizione sociale intende anche un preciso orientamento politico?
“No: se andiamo a vedere le adesioni ad oggi, ci sono soprattutto associazioni della società civile e della cittadinanza attiva. Collocazioni molto varie. Poi ci sta che la politica dei partiti c’entri, perché si tratta di un’ ulteriore forma di amplificazione che può dare spinta alla legge. Anche perché lo scopo di questa proposta è di arrivare in Parlamento, quindi è chiaro che in quel contesto, oltre alla società civile, avere una parte dell’emiciclo che la appoggi rappresenterebbe un vantaggio.”
Proprio parlando delle adesioni, ad oggi tra i gruppi politici che hanno sottoscritto la proposta vi è una forte connotazione di centro-sinistra: non si rischia di ideologizzare il tutto?
“Indubbiamente è vero, ci sono delle forze politiche orientate a sinistra che si sentono forse al momento più in consonanza con questa proposta. Ma noi vogliamo prima di tutto che questo tema entri nell’agenda politica in generale: fino ad oggi i grandi partiti hanno mostrato indifferenza. Noi pensiamo che questo tema debba essere affrontato anche perché tra qualche mese probabilmente si andrà alle elezioni: si deve aprire il dibattito nel mondo politico e nel corpo sociale.”
Veniamo agli aspetti tecnici della proposta: ce li può spiegare nel dettaglio?
“L’ idea è piuttosto semplice: provvedere ad una misura di sostegno per tutti i soggetti senza lavoro, a basso reddito e senza patrimoni individuali di rilievo. Ovvero le persone che hanno una necessità di tutela. Tutela che si articola in una parte monetaria, che a livello individuale sarebbe di 600 euro, e che dovrebbe prevedere anche una serie di servizi da gestire sul territorio. Prevediamo il coinvolgimento delle Regioni che hanno competenza per Costituzione su molti capitoli importanti. La nostra proposta prevede quindi che la conferenza Stato/Regioni delinei le guide, e che le singole Regioni possano poi fare interventi secondo le loro priorità.”
Il provvedimento è rivolto, come diceva, alle persone senza lavoro o a basso reddito: c’è una stima approssimativa di quanti sarebbero coinvolti dal provvedimento?
“Una stima esatta di quante sono le persone ed i costi è uno degli esercizi di finanza pubblica più impegnativi poiché ci sono molte variabili e le banche dati che abbiamo noi sono incomplete: indagini statistiche condotte dall’Istat non sono incentrate in modo esatto su questa proposta. Bisognerebbe condurre una analisi campionaria. I dati sulla povertà proprio di fonte Istat ci danno un quadro di inizio su cui muoverci: parlano dell’ 11% delle famiglie in condizioni di necessità di tutela, per un totale di circa 8 milioni di individui.”
Una cifra piuttosto consistente: se ciascuno di questi dovesse percepire i 600 euro si giungerebbe ad un esborso non indifferente
“È una cifra consistente certo, ma non si può pensare che una riforma economico-sociale di questa portata possa avvenire senza un esborso finanziario di rilievo. Abbiamo fatto dei conti su quanto si spende in altri paesi europei: in tema di tutela di reddito in Irlanda ad esempio, a vario titolo e non soltanto a titolo di reddito minimo ma anche a titolo di sostegno a invalidi, anziani ecc, si spende una cifra che rapportata alla popolazione italiana sarebbe intorno ai 50 miliardi. In Francia dove esiste una legge specifica sul reddito minimo si spendono 10 miliardi con una popolazione tutto sommato paragonabili a quella dell’Italia. Ecco, all’interno di questa finestra si potrebbe collocare la necessità di spesa per il nostro paese.”
Sono cifre importanti
“Sono risorse ingenti, inutile nasconderci: però chiediamoci pure i costi della non introduzione di questa misura in termini di disoccupazione, di demoralizzazione della popolazione, di accettazione di condizioni di lavoro vergognose ecc… Quando nel secondo dopoguerra abbiamo istituito la sanità pubblica per tutti, se ci fossimo fermati ad interrogarci sul costo non lo avremmo fatto. Questa misura segue un po’ la stessa filosofia, ovvero consentire il miglioramento sociale.”
Quando si parla di questo provvedimento c’è chi paventa la possibilità che qualcuno potrebbe ‘marciarci’ sapendo di poter contare su un fisso mensile di 600 euro. Conoscendo il background culturale degli italiani, non è un’ipotesi così remota
“Qualcuno potrebbe marciarci, certo: ma per tornare all’esempio di cui sopra, se ci fossimo fatti questa domanda anche per l’introduzione della sanità pubblica quella riforma non la avremmo fatta. Andranno fatti i controlli per vedere se ci sono situazioni di abuso. Ma non può essere questa una scusa per non introdurre il provvedimento.”
Guardiamo l’attualità: si parla di spending review, tagli alla spesa pubblica, diminuzione degli sprechi. In quest’ ottica la vostra proposta non rischia di apparire quantomeno antistorica se non utopistica?
“Io credo che invece vada nella stessa direzione e sia adeguata ai tempi. Il mondo del lavoro è cambiato negli ultimi anni: è l’epoca del lavoro precario. E questo può essere socialmente tollerabile solo se si accompagnano le fasi di inattività con una tutela adeguata. È una misura pienamente coerente con l'andamento dei tempi.”
Che tuttavia avrebbe dei forti costi economici
“Se dicessi che fa risparmiare, chiaramente non direi il vero: ma voglio fare un esempio. Se i vertici europei riuscissero ad accordarsi per far scendere di 2 punti lo spread, ebbene questo risparmio in termini di interessi già basterebbe per intero a coprire le spese del provvedimento. Tutto sta ad individuare le risorse e le priorità. Siamo disposti a ragionare sui tempi, per noi va bene anche la gradualità partendo a piccoli passi. Però riteniamo che un grande paese dell’occidente debba confrontarsi con questo argomento come già accade in molti altri paesi europei.”

Lo annuncia l'assessore regionale Spampinato
RispondiEliminaEnna, arrivano i soldi per il reddito minimo
"Fiato per 2.200 famiglia fra Enna e Caltanissetta"
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Pubblicato Mercoledì, 18 Luglio 2012 12:16
Scritto da Redazione
L'assessore regionale per la Famiglia, il Lavoro e le Politiche Sociali, Giuseppe Spampinato (nella foto), che ha accolto nella mattinata di ieri, nei locali dell'assessorato, una folta delegazione di sindaci facenti parte del coordinamento dei comuni dell'ennese, che nei giorni scorsi avevano chiesto un incontro ha annunciato: ''Siamo riusciti a sboccare le somme, che sono gia' in fase di erogazione, per assicurare il reddito minimo di inserimento a circa 2.200 famiglie delle provincie di Enna e Caltanissetta''.
''Si tratta, afferma l'assessore, di un compenso che arriva fino a un massimo di mille euro che da' un'opportunita' di lavoro e di reddito a quei nuclei familiari che vivono in situazione di disagio e piu' a rischio di poverta' assoluta. Gli uffici dell'assessorato, conclude Spampinato, stanno gia' provvedendo a emettere i mandati di pagamento''.
Si tratta di 6 milioni e 600 mila euro che saranno erogati, quale misura di sostegno per i nuclei familiari sotto la soglia di poverta', a tutti i Comuni delle provincie di Enna e Caltanissetta. Il cosiddetto reddito minimo di inserimento, introdotto dallo Stato fino al 2002 (i progetti nazionali si sono protratti fino al 2004) e successivamente prorogato dalla Regione con la legge 5/2005, e' destinato a una platea di soggetti che prestano servizio presso i cosiddetti ''cantieri di servizi''.
Destinatari di tale misura di sostegno tutti i Comuni delle Province di Enna e di Caltanissetta, che gia' fruivano del reddito minimo di inserimento con le risorse dello Stato. Si tratta di una platea chiusa (fino a esaurimento) destinata ai soli soggetti che gia' ne fruivano senza possibilita' di nuovi inserimenti. Complessivamente vengono utilizzati nelle attivita' previste nei programmi di lavoro, analoghe a quelle previste nei lavori socialmente utili. Il compenso e' commisurato alla composizione e alla condizione socio-economica del nucleo familiare.